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        Movimento culturale Synergetic Art fondato da Marisa Grande.

Movimento culturale aperto discussioni su arti visive, storia dell’arte, archeo-astronomia, simbologia, megalitismo, turismo culturale e religioso.

Le Veneri

Scritto da Marisa Grande
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22
Nov
2009

 Le caratteristiche fisiche delle statuine denominate "Veneri" sono inconfondibili e attraversano 40.000 anni di storia. Sono simulacri di figure opulente generalmente associate alla fecondità.

Presenti in tutta l'area euro-asiatica, sono state prodotte prevalentemente in dimensioni molto ridotte fino a pochi centimetri di altezza, ma anche in forma colossale, come la figura maltese della quale resta la sola parte inferiore alta più di un metro e la cui altezza totale è stimata intorno a 2,5 o 3 metri.

La più antica statuina risale a 40.000 anni fa ed è stata scoperta solo recentemente (La Times del 14 maggio 2009, rivista Fenix, N.9, luglio 2009). Si tratta di una figurina femminile scolpita in avorio di mammuth, scoperta in una grande caverna della regione di Swabian Jura, in Germania, a 22 km. dalla città di Ulm. Datata al 38.000 a.C., corrisponde al più antico esempio di scultura di figura umana e, come ha detto lo scopritore, l'archeologo Nicolas J. Conard, dell'Università di Tubinga, sulla rivista Nature <<La figurina cambia radicalmente la nostra visione del contesto e del significato della prima arte paleolitica.>>

Il reperto si pone all'origine del modello delle Veneri preistoriche che si trovano sparse in molte località europee, delle quali sinora se ne riconosceva il prototipo nella Venere di Willendorf, rinvenuta in Austria e risalente al 21.000 a.C.
La maggiore produzione delle Veneri si ebbe nel periodo gravettiano (26000-20.000 a.C.) ed è composta da molti esemplari di differenti dimensioni.
Le due piccole Veneri di Parabita (Le), fatte risalire dal Radmilli ad un'epoca compresa tra il gravettiano evoluto e l'epigravettiano antico, sono state scolpite su schegge d'osso e sono alte rispettivamente nove e sei centimetri.(www.leveneridiparabita.it.)
La maggiore attenzione prestata dagli scultori preistorici al corpo rispetto alla testa, piccola, coperta da un copricapo o addirittura mancante come anche nella statuina di 40.000 anni fa, ha indotto gli studiosi a ritenere che per la produzione più recente delle statue maltesi, risalenti al III millennio a.C., la testa poteva essere intercambiabile, poiché veniva sostituita con quella dell'antenato più autorevole, anche se uomo, poiché ne manteneva comunque il significato originario di “energia generativa”.
Le statuine, prevalentemente steatopigie (caratteristica anatomica delle donne di alcune razze con accentuata lordosi e adipe nella zona del bacino e della cosce), sono collegate a culture che  praticano comunque il culto della Grande Madre legata alla “fertilità femminile”. Lo dimostrano  i  loro manufatti: specchie e mound, che simulano il ventre femminile espanso, coppelle-contenitori scavate nella pietra, incisioni a cerchi concentrici e a spirali sinistrorse, capanne e luoghi di culto di di forma circolare o ovale, tombe monocellulari.
Un'ulteriore recente svolta sul piano interpretativo si deve all'archeologa Lynn Meskell, dell'Università di Stanford, che riconosce il corrispettivo dei primi giocattoli educativi nelle figure femminili rinvenute nella città anatolica di Catal Huyuk (fiorente nel periodo compreso tra tra il 7.000 e il 3.900 a. C). l Le figurine sono state rinvenute in quantità riferibile a meno del 5% delle 2.000 statuine di piccoli animali e uomini trovati in depositi di materiale di scarto.
L'archeologa li ha così catalogati "oggetti realizzati e usati quotidianamente. La gente li portava in giro e li gettava via" (Fenix n.13, Novembre 2009).
L'auspicio alla fertilità, della quale il simulacro della Grande Madre ne rappresentava il simbolo,  era praticato con riti di carattere popolare e aventi valore di iniziazione per le ragazze adolescenti.
Ne deriva che statuine come le “tanagre” della cultura greca, o l'esemplare romano di “bambola”, come anche le “pupe” di pasta dolce della tradizione pasquale salentina mantengono in sé implicito il simbolo della “dea madre originaria, protettrice della  fecondità nella donna”.   
La produzione in epoca storica di statuine rappresentanti figure muliebri ispirate ancora alla Grande Madre, quando a prevalere erano le divinità maschili, indica il permanere nelle varie culture di un culto legato alla fecondità femminile e rivolto sempre alla originaria dea, pur nelle differenti versioni locali. Considerata in tale fase storica come l'ambivalente detentrice delle sorti dell'umanità, poiché ritenuta  depositaria del potere non solo di dare la vita, ma anche di toglierla, la si ritrova spesso anche in forma di “dea buona, ma penitente”.
Sotto la veste distruttiva fu spesso associata ad animali striscianti: alla vipera cornuta in Egitto, ai serpenti a Creta,  al mostro serpentiforme “Pito” in Grecia, al ragno tanto nel Salento, quanto a Nazca. Tale sua versione distruttiva, di “Grande Ragno” in agguato nel centro della “tela cosmica” e capace di far vibrare violentemente la calotta celeste, rimanda comunque ad un suo aspetto di divinità di origine astrale.  
La versione caotica della dea implica la trasformazione avvenuta in cielo della Grande Madre. La sua figura originaria di dea benefica, gestante, distesa al fianco dell'Arco latteo era individuabile in una macro-costellazione ottenuta collegando tra loro le costellazioni comprese tra Auriga e Pesci, quali le Pleiadi, Ares, Camelopardalis, Cassiopeia , Andromeda, Triangulum.
La Via Lattea, visione terrestre della nostra stessa galassia, era vista come il “fiume latteo”, che sgorgava dal seno opulento della dea, per nutrire maternamente tutti gli esseri viventi della Terra.
A tale figura astrale benefica si poté fare riferimento per 13.000 anni, cioè nella fase conclusiva del Paleolitico Superiore, dal 24.321 al 10.987 a. C.
Le turbolenze del post-glaciale, dovute alla fine della Glaciazione Wurm, che provocarono globali sconvolgimenti sulla Terra, furono attribuite alla Grande Madre astrale, che da quel momento fu immaginata come una Grande Ragno nel centro della sua “Ragnatela cosmica” vibrante.
A mettere ordine nel caos si elevò Orione, che dal millennio XI a. C. sembrò “accompagnare il Sole” nella levata dell'equinozio di primavera nel settore occupato all'orizzonte dal segno zodiacale visto in forma di Leone. Da quel momento prevalse il culto maschile dedicato alla costellazione di Orione, che avrebbe accompagnato il Sole per oltre 13.000 anni nel moto retrogrado di un nuovo emiciclo precessionale, la fase temperata dell'Olocene, cui hanno fatto riferimento gli egizi quando hanno indicato l'epoca d'oro del loro “Primo Tempo di Osiride”.
Risalendo a ritroso nel tempo, a partire dal millennio XI a. C.,  ne deriva che l'emiciclo più vicino a noi attribuibile alla Grande Madre è compreso tra gli anni 10.987 e  24.321 a. C. Tale periodo corrisponde alla fine del Paleolitico Superiore e comprende proprio la fase gravettiana, nella quale si produsse la maggior parte delle Veneri preistoriche opulente.
Successivamente al 10.987 a. C, nell'emiciclo dedicato ad Orione le figure della dea furono riprodotte come filiformi e caotiche nei pittogrammi della Grotta dei Cervi in Porto Badisco, santuario ipogeo che fu dedicato ad Orione nel Salento,  in alternanza a quello dedicato alle Veneri nella grotta omonima di Parabita, entrambi importanti punti di riferimento cultuale per le genti delle corrispondenti epoche.
L'emiciclo precessionale precedente dedicato alla dea è compreso tra tra gli anni 50.987 e 37.654 a. C., una data che la statuina muliebre rinvenuta ad Ulm, risalente al 38.000 a. C., conferma collocandosi proprio nella sua fase finale.
Già la scoperta nel 2007 di tre figurine di Orione di oltre 30.000 anni aveva sostenuto la mia ipotesi dell'alternanza ogni 13.000 anni solari tra la Grande Madre e Orione quali segnatempo del “Grande Anno platonico”.
Le statuine di Orione scoperte in Germania e Austria nel 2007 si collocano cronologicamente nel precedente emiciclo precessionale dedicato all'Antropomorfo celeste, cioè quello compreso tra gli anni 37.654 e 24.321 a. C..
I reperti rappresentanti Orione sono:
un bassorilievo su tavoletta di avorio di zanna di mammuth, rinvenuto in una stratificazione sedimentaria della caverna tedesca di Geiβenklösterle, risalente ad un tempo che va dai 33.700 ± 825 ai 31.070 ± 750 anni fa;
una statuina rinvenuta nell’insediamento a Galgenberg, in Austria, datata 31.790 ± 750 anni;
un’altra statuina con “testa leonina”, rinvenuta nella caverna di Hohlestein-Stadel, in Germania, datata dai 31.750 ± 1.150/650 o dai 32.000 ± 550 anni.
Questa ultima, dal corpo umano e dalla testa di leone, rimanda specificamente all'inizio del suo tempo precessionale con l'associazione astronomica Orion-Leo-Sole, verificatasi nel 37.654 a. C. ossia a distanza di un ciclo precessionale di 26.666,6 anni solari dalla data 10.987 a. C., che segna l'inizio della nostra era olocenica.
La successione alterna delle due figure astrali -Orione e Grande Madre- quali segnatempo di alterni emicicli di oltre 13.000 anni solari dei due che compongono il “Grande Anno” della precessione degli equinozi di oltre 26.000 anni solari risulta, pertanto, confermata anch'essa come “ricorrente e ciclica”.

 

Bibliografia:

Marisa Grande, “L'orizzonte culturale del megalitismo”, Besa, Nardò 2008.

Anxa, Gallipoli (Le), “Le Veneri di Parabita”, settembre/ottobre 2007

Anxa, Gallipoli (Le), "Le ere di Orione” novembre/dicembre 2007

Corriere salentino, "La grotta dei cervi di Porto Badisco", 2009

 

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Marisa Grande, Dai Simboli universali alla Scrittura

Marisa Grande, L'orizzonte culturale
del Megalitismo